Il Lounge di Neeks, 7

Help is on the way, Rise Against



In queste ultime settimane, ad eccezione della parentesi Give Away, sono stato la personificazione delle spunte blu di Whatsapp. “Visualizza e non risponde”.
Questo è valso per il blog, rimasto inattivo per un mese esatto. Per la scrittura, interrotta a metà frase. Per il disegno, lasciato incompiuto. Ma soprattutto per le persone alle quali tengo di più, i miei amici, che a volte mi imploravano di parlare, di dire loro qualcosa, qualunque cosa.
Ma io, semplicemente, visualizzavo e non rispondevo.
La verità era che non sapevo cosa dire, come dirle. La verità era che dove prima avevo musica, parole e immagini, ora avevo solo un enorme, pesante, silenzio.
A maggio mio padre aveva avuto un embolia polmonare, che praticamente significava che i suoi polmoni non funzionavano correttamente, che gli alveoli erano ostruiti e che l’apporto di ossigeno al sangue era insufficiente. La gente muore, per le embolie polmonari. Mio nonno è morto di embolia polmonare. Ma non mio padre. Era stato ricoverato, era guarito, era stato dimesso. I medici lo avevano chiamato “miracolato”.
A giugno mio padre aveva avuto un infarto. Era il 12, era mattina presto. Un medico, un ragazzo giovane, che mio padre ebbe la fortuna di rincontrare settimane dopo, lo rianimò in ambulanza per sei volte, e alla fine mio padre fece ritorno tra i vivi. Il “miracolato”, sopravvisse pure a questo.
Tuttavia, mentre era ricoverato al reparto di cardiologia, i medici si accorsero che qualcosa non quadrava. Le classiche situazioni da “preparatevi al peggio”. Il peggio è esattamente quello che è capitato, poiché il verdetto successivo era stato inevitabile: cancro ai polmoni. Era stato quello a causare l’embolia, e di conseguenza l’infarto.
Era solo inizio luglio.
La verità, è che mio padre ad agosto è morto, e io non ero pronto a perderlo. Non era una cosa che avevo messo in conto, e per tutto questo tempo mi sono crogiolato in una sorta stato depressivo in cui meno ci pensavo, meglio stavo. Non avevo praticamente nemmeno avuto il tempo di metabolizzare la sua malattia che ora, quando vado nel salotto di quella che era la sua casa, invece che trovarlo sul divano letto, trovo l’urna con le sue ceneri su una mensola, che non è proprio la stessa cosa. Col cazzo, che è la stessa cosa.
Subito dopo la morte prematura di mio padre avevo sentito un enorme vuoto esattamente al centro del petto, un vuoto che aveva risucchiato tutto quanto. Ogni emozione, ogni cosa.
Mi chiedevo come mi sentissi e io rispondevo facendo spallucce come per dire “Sì tira avanti”.
Ma la verità era che non sentivo nulla, e non sentivo un vuoto simile da anni. Un vuoto che io speravo di non dover sentire mai più, e che invece mi ha colpito con la forza di un autotreno.
E dopo qualche giorno di vuoto completo, è arrivata la paura.
Ricordavo bene cosa ero diventato, l’ultima volta in cui avevo lasciato che un vuoto simile mi inghiottisse, e non volevo che accadesse si nuovo. Non potevo lasciare che accadesse.
Lo dovevo a mio padre, il cui unico desiderio nei miei confronti era che fossi felice.
Lo dovevo ai miei amici, che erano arrivati al punto di dover elemosinare una mia parola.
Lo dovevo a me.
Così ho approfittato della promessa che avevo fatto per il Give Away, per tornare in carreggiata, cosa che ho potuto fare solo ed esclusivamente grazie al sostegno dei miei due migliori amici: Jay (che conoscete molto bene) e Salvo, a cui devo tutto e anche di più.
Perché la forza di volontà non serve a niente se non hai qualcuno a cui appoggiarti quando inciampi e cadi, e questo lo so bene.
E piano piano, quell’immenso vuoto si è ridotto.
E per carità, questo non significa che mio padre non mi manchi, perché mi manca e mi mancherà sempre. Significa solo che per la maggior parte del tempo, ora quando penso a lui mi viene da ridere per via di tutti i momenti belli che abbiamo passato, tutte le cose stupide e divertenti che abbiamo fatto.
Come il fatto che ogni dannato anno si dimenticava se a me piacevano i cachi o i meloni. Ogni anno la stessa domanda “Ma a te piacciono i cachi o i meloni?” e la risposta era la stessa ogni anno, da diciotto anni, e lui non riusciva comunque a ricordarlo.
Oppure quanto sotto Natale ci portava a vedere le luminarie a Bologna, e poi ci portava in una vecchia via del centro storico, dove ci sono tutti i negozi di gastronomia e comprava i tortellini per il cenone di Natale, poi indicava da una parte, dove c’è la via delle pescherie e iniziava uno sproloquio su quanto fosse bella e suggestiva quella piccola viuzza il giorno delle consegne del pesce fresco. E poi, se eravamo fortunati, io e mio fratello minore lo convincevamo a comprarci delle conchiglie fatte in cioccolato che vendono in un negozio poco avanti, e che sono i cioccolatini più buoni che abbia mai mangiato.
Poi, se eravamo ancora più fortunati, iniziava a nevicare, e tu alzavi lo sguardo e vedevi che dal buio del tardo pomeriggio invernale emergevano piccoli fiocchi bianchi che luccicavano come stelle nella luce delle luminarie.
Poi restavi un attimo lì immobile, a goderti il momento, l’atmosfera, e poi si tornava a casa.
Ho deciso di riempire quel vuoto con ricordi come quelli, e piano piano le parole sono tornate, e anche la musica, e i disegni.
Piano piano, sono tornato pure io.
E anche se ci sono momenti in cui l’assenza di mio padre mi si para davanti in tutta la sua interezza, io sono tornato, sono qui, sono ancora vivo nonostante tutto.
E sento, provo. Non mi sono fatto divorare dal vuoto.
La paura è scomparsa, la tristezza anche.
Quello che resta è un senso di quiete, perché alla fine porterò sempre mio padre con me, perché da qualche parte lo potrò incontrare ancora. In una canzone che amava, magari, in un film, o uno di quei suoi libri di fantascienza dei quali mi sono appropriato subito.
È qualcosa di più di un “la vita va avanti”. Ora so che il giro di giostra potrebbe fermarsi da un momento all’altro, quindi cercherò di essere felice ed in pace in ogni secondo di vita che mi resta, perché è quello che mio padre vorrebbe per me,perché è quello che i miei amici vorrebbero per me. È quello che otterrò.
Questo post ha una doppia funzione. Di ringraziamento e di appello.
Voglio pubblicamente ringraziare chi mi è stato vicino, chi mi ha mandato messaggi anche senza ricevere risposta. Ringraziare Jay e Salvo perché sono le cose migliori che mi siano mai capitate, e non smetterò mai di ripetervelo. Quando ho avuto bisogno di voi, eravate esattamente dove speravo che foste, vicino a me. Si dice che gli amici siano in modo in cui Dio si fa perdonare per i parenti. Voi siete il modo in cui l’universo si è fatto perdonare per tutte le cose brutte che mi sono successe. E ho la certezza che la nostra amicizia ce la porteremo dietro per l’eternità. Che vi ritroverò sempre, quando avrò bisogno di voi, o che voi ritroverete me, mentre vago nei meandri del multiverso senza un GPS.
Grazie a Jade, che ha interrotto la sua vacanza per tornare a casa perché avevo bisogno di lei.
Grazie a chi è venuto con me al funerale, e mi è stato accanto tutto il tempo, grazie a chi mi ha aiutato con il trasloco.
E infine volevo fare un appello.
Godetevi ogni momento al massimo, amate senza limiti, ridete come se aveste appena visto la cosa più divertente del mondo. Alla fine, quello che conterà sono tutte le cose belle, perché sono quelle che valgono di più, che uno custodisce gelosamente per riesumarne il ricordo in tempi duri.
Vi prego, non lasciatevi scoraggiare da niente. Abbiamo una sola occasione per essere felici, e voglio che chiunque mi stia leggendo ora pensi “Vaffanculo, ha ragione. Ora esco di qui e la mia occasione vado a prendermela”. Combattete con le unghie e con i denti per il vostro diritto di essere vivi, di essere felici, di essere amati. E alla fine, saranno queste le cose che conteranno, saranno queste le cose per le quali sarà valsa qualunque sofferenza.
Ho perso molto in questi mesi. Ho perso me stesso, realizzando il perché ogni volta che mi guardavo allo specchio avevo l’impressione di guardare un’estraneo, ho perso mio padre, che si supponeva rimanesse accanto a me per almeno altri trent’anni, osservandomi raggiungere i miei obbiettivi, ho perso un intero pezzo di vita.
Ma quello che ho trovato, in questi mesi, vi posso assicurare che vale tutto quello che ho perso.
In meno di un anno, ho perso tutto, e nello stesso tempo ho trovato qualcosa di meraviglioso con il quale sostituirlo, e adesso, alla fine, quel qualcosa è tutto quello che conta. Il centro del mio nuovo universo.
Quindi non fatevi abbattere, qualunque sia la vostra sofferenza, perché una gioia ancora più grande potrebbe trovarvi proprio dietro l’angolo.
Da una gara di orienteering, ad un autobus sbagliato, ad una collaborazione.
Tutto quello di cui avete bisogno vi sta aspettando, andatevelo a prendere.
Siate felici, poiché siete vivi.
Papà, io ti prometto che sarò felice per il resto della mia vita.
Ah, e per la cronaca, a me piacciono i cachi, ma non il melone, nel caso l’avessi dimenticato.


Neeks



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