Talking About: Books

Il bambino con il pigiama a righe, John Boyne

#Giornata della Memoria


 






Salve a tutti, lettori! Oggi, è il 27 Gennaio, e sono passati settantuno anni dal 27 Gennaio del 1945, quando le armate russe aprirono i cancelli di Aushwitz, segnando la fine di un inferno.
Oggi volevo parlarvi di un libro, che io lessi quando ancora andavo alle medie, ma che mi è rimasto impresso.
Forse qualcun altro avrebbe scelto autori come Levi, oppure Schneider, per parlare della guerra, ma io ho scelto Boyne. Ho scelto la storia del bambino con il pigiama a righe, per parlarvi del giorno della memoria.
La storia di un bambino, Bruno, che improvvisamente si ritrova costretto a lasciare la sua bella casa di Berlino, i suoi amici, la scuola, i parenti, per seguire i genitori e la sorella Gretel in Polonia, dove il padre è stato incaricato di sorvegliare uno dei campi di concentramento (che grazie alla propaganda erano semplici campi di “raccolta”).
Vi racconterò la storia di un bambino, che non è un ebreo. Non è uno zingaro. Non ha niente a che vedere con dissidenti politici oppure omosessuali (che vi ricordo essere tutte “categorie” di persone che venivano internate, accanto agli ebrei). È un semplice bambino tedesco, di famiglia anche altolocata.
Quella che voglio raccontarvi, è la storia di un amicizia.
Un amicizia pura, incontaminata dall’odio e dal razzismo. Un amicizia che solo due bambini, di cui uno con un pigiama a righe, potevano coltivare.
La storia di come la guerra non l’abbiamo sofferta solo le vittime. Tutti, hanno sofferto la guerra. Non esiste salvezza, una volta che ti sei sporcato le mani.
In questo libro, il giovanissimo Bruno è un esploratore, e non basta certo portarlo via da ogni luogo che conosce, per fargli perdere l’entusiasmo. Quindi Bruno parte all’avventura, addentrandosi nel bosco che circonda la sua nuova casa, che la famiglia condivide con il perfido precettore Herr Liszt, Maria e Lars, il vecchio ebreo Pavel, un luogo abitualmente visitato dal giovane tenente Kotler. Cammina tra gli alberi, fino a che non si trova davanti una cosa inimmaginabile.
Una rete di filo spinato.
E poi lo vede. Un puntino, che divenne una striscia, che divenne un bambino. Shmuel, un piccolo ebreo che vive nel campo.
Tra i due, nasce subito una grande amicizia, un’amicizia sincera. Bruno gli racconta della sua vita a casa, circondato da ufficiali nazisti, e Shmuel gli racconta della sua vita nel campo. Possono farlo, perché quell’angolo è poco sorvegliato, e nessuno si accorgerebbe della scomparsa di Shmuel, anche solo se di poche ore. E i giorni passano, e i due continuano a incontrarsi, in segreto, in quell’angolo del campo dimenticato da tutti, i giorni passano e la guerra imperversa, lontano da loro, ma anche all'interno del campo.
Aushwitz si trasforma, anche se i due bambini non lo sanno, o lo sapranno troppo tardi. Da campo di raccolta, di lavoro, di concentramento, diventa una fabbrica di morte. Il campo di sterminio. I forni crematori iniziano la loro opera, instancabili, giorno dopo giorno, mentre scie di fumo grigio si confondono tra le nuvole bianche della Polonia.
La guerra si combatte lontano da loro, in Russia, in Italia, in Francia, in Inghilterra. Nel Pacifico gli americani davano la caccia ai giapponesi, e sul continente i campi di raccolta per questi ultimi si riempivano di famiglie.
Ma loro non lo sanno, o non gli importa, perché loro sono bambini.
Ma la guerra è crudele, e non risparmia nessuno, e si porta via il padre di Shmuel. E Bruno, da vero esploratore, prende una decisione. Decide di aiutare il suo amico a ritrovarlo, e un giorno scivola sotto la rete di filo spinato, prende per mano il suo amico, e parte all'avventura.
Quello che accade ai due bambini, possiamo solo immaginarlo.
Quello che voglio lasciarvi, con questa storia, è un avvertimento. Il male può essere ovunque, ma soprattutto si cela nell’odio e nella violenza. La guerra, qualunque guerra, è sbagliata. Se anche una sola persona perderà la vita, significa che tutto quello che facciamo è sbagliato.
Io non voglio che succeda più. Non voglio che debbano esserci altri sergenti Kotler a questo mondo. Vorrei un mondo fatto di persone come Bruno e Shmuel, che si guardano e dicono “Hey, un bambino come me! Diventiamo amici!”. Non dobbiamo dimenticare quello che è stato.
Ma non perché quello che abbiamo fatto è sbagliato, quello che la guerra mondiale ha portato è sbagliato. Non dobbiamo dimenticare per poter non commettere più lo stesso errore. Soprattutto nel mondo in cui stiamo vivendo, dobbiamo essere tutti un po’ come Bruno.
Ecco perché ho scelto questo libro. Perché non volevo parlare di odio. Volevo parlare di una possibilità che dobbiamo cogliere.

Mitsuko

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