Talking About: Books

L’armata dei sonnambuli, collettivo Wu Ming

 

(E con questo ho cancellato l’obbiettivo dell’anno per cui dovevo recensire un libro dei Wu Ming. Peccato che nel frattempo abbia comprato anche Q e L’invisibile Ovunque. Quando li finisco toccherà anche a loro. *risata malefica di sottofondo*)
Per finire questo libro ci ho messo la bellezza di un anno e mezzo. Lo iniziai nell’estate del 2014, e l’ho finito lo scorso novembre.
Non mi sono imbattuta in questo libro per caso, anzi. Un mio carissimo amico, anche lui grande appassionato di lettura, mi chiamò un giorno invitandomi ad un circolo culturale nella cittadina (posso chiamarla così? Non è che sia poi tanto grande…) dove entrambi andiamo a scuola, dicendomi che quella sera uno scrittore piuttosto famoso avrebbe presentato il suo ultimo libro. Ovviamente ho accettato. E quella sera c’era proprio uno dei quattro autori del collettivo bolognese Wu Ming. Miei compaesani, insomma. E quella sera, lui ci presentò questo libro, L’armata dei sonnambuli. Rimasi talmente colpita, che a fine serata mi precipitai a comprarlo. 
Sfortunatamente, dopo aver letto un paio di capitoli venni presa da altre letture, e il tomo (perché di un tomo si tratta. Se cercate letture leggere avete sbagliato recensione) rimase per un anno a prendere polvere sul mio comodino, fino a che a settembre non lo riesumai in un impeto di ardore, e riuscii a finirlo.
Penso che se lo avessi letto prima non lo avrei apprezzato pienamente, cosa che invece ho fatto. È un libro davvero incredibile, sotto tutti gli aspetti. 
Iniziamo dalla trama, giusto per complicarci le cose. La storia è in realtà un intreccio di altre storie, di vicende diverse. Cinque voci si impongono come le protagoniste di questo libro, che alterna tra estratti di documenti storici e parti romanzate. La voce del popolo, la voce di Marie, la voce di Leo, la voce di Laplace e la voce di D’Amblanc, a cui si aggiungeranno in seguito quelle di Treignac e di Bastien.
Abbiamo Marie Nozière, una ragazza madre di Bastien, vedova senza essersi mai sposata, una sarta del quartiere si Sant’Antonio, che prima con le altre ‘Streghe di montagna’, combatte per le leggi del maximum, prima di diventare un’amazzone.
Leo Modonnét, un attore di origini Bolognesi, che muovendosi nella scia di Goldoni arriva fino a Parigi. Leo, che da attore di palcoscenico diventa attore di mondo, vestendo i panni di Scaramouche, o sul ring contro la gioventù dorata.
Orphée D’Amblanc è un medico mesmerista, con il busto costellato da cicatrici risalenti al suo servizio come medico di guerra in nord America, e la ferma convinzione che il fluido magnetico possa essere usato solo a fin di bene. Ferma convinzione che decade dopo pochissimo.
Poi c’è il mezzo poliziotto e mezzo bottegaio Treignac, palesemente innamorato di Marie, che trascorrerà tutto il libro nell’oasi della friendzone. Ma, alla fine, forse è anche quello che se la passa meglio.
Il detenuto Auguste Laplace, invece, non è chi dice di essere. È il filo conduttore della storia, alla fine gira tutto intorno a lui, ma a esclusione del suo essere un magnetista, di lui non si sa altro. Rimane rinchiuso a Bicetre per tutto il tempo. Fino alla fine, ovviamente. A quel punto succedono cose.
All’inizio e per buona parte del romanzo le storie procedono l’una in parallelo all’altra, senza apparentemente dare cenno di intrecciarsi. Sarà grazie alle avventure di Leo come Ammazzaincredibili, e le indagini condotte in Alvernia da D’Amblanc, che mano a mano tutte le storie confluiranno in un unico punto. Mano a mano che si procede, la curiosità per quello che viene dopo diventa sempre più vorace, fino a che non si trasforma, diventando una vera e propria bramosia di scoprire quello che è avvenuto prima. Più la vicenda si infittisce, i legami si stringono, i fili si tendono, più io volevo vederci chiaro. Era diventata una questione di principio. Non solo volevo capire cosa stesse succedendo, ma dovevo farlo prima che gli autori spiegassero tutto. Ovviamente non ci sono riuscita, ma non per incapacità mia. I Wu Ming sono decisamente più bravi di quanto avessi mai immaginato, e hanno superato tutte le mie più rosee aspettative.
Lo stile, così come la storia, è altrettanto elaborato. I vari personaggi provengono da classi sociali diversi, hanno vissuto in ambienti diversi, e pertanto il loro modo di pensare è diverso. Ogni voce, è la voce dei pensieri dei protagonisti, l’espressione di quello che sono davvero. Ci ritroviamo, quindi, stili molto diversi gli uni dagli altri. Dal colloquiale tono di Marie, passiamo a Leo e le sue imprecazione in dialetto Bolognese stretto (che solo un Bolognese poteva comprendere e apprezzare), ad un linguaggio molto chiaro, quasi forbito ed elegante distintivo di D’Amblanc e Laplace. E poi, non scordiamolo, c’è la voce del popolo. Un accozzaglia di parolacce e dialetti dei più disparati, la vera quint’essenza dei bassifondi!
La struttura è molto particolare. In primis, è strutturata come un opera di teatro, in atti. In ogni atto, ci sono le varie scene, e in ogni scena si trovano i vari pezzi di storie, come in una matrioska sono uno dentro l’altro, uno dietro l’altro, ambientati tra il 21 gennaio 1793, e il 21 gennaio 1795. L’anno zero della neonata Repubblica Francese, e il secondo anniversario del dì in cui Luigi Capeto, il capo non se lo trovò più sul collo. I racconti si susseguono, inesorabili, e così gli incontri (o gli scontri, nel caso di Leo), le scoperte. Come in un domino, dopo che la testa di Luigi, rotolando in Piazza Rivoluzione, aveva fatto cadere la prima, tutte le altre erano venute giù. E tutto si era messo in movimento, ogni relazione, ogni casualità, tutto alla fine coincide, tutto viene ripagato.
Al alternare i momenti romanzati abbiamo i Wu Ming hanno proposto una selezione di estratti di documenti storici, e troviamo pezzi di giornali, pezzi di lettere, articoli della costituzione, i rapporti degli incontri tra i rappresentati del popolo e i nuovi esecutori del potere. Persino alcuni personaggi del romanzo sono realmente esistiti, o comunque basati su personaggi storici. È interessante, questo aspetto, forse la caratteristica più interessante del romanzo. L’incapacità del lettore di capire dove finisce la storia, e dove inizia la fantasia. Abbiamo scorci di vita realistica, ci possiamo permettere di immaginare l’ambiente intorno a noi, che nel romanzo non viene propriamente descritto, ma dipinto attraverso le sensazioni e le parole dei personaggi. Non ti spiegano dove sei, ma ne sei sempre consapevole, ed hai una percezione dello spazio incredibile, sia a livello storico, che a livello di ambientazione.
In questo libro si possono trovare tante cose. Storia, sia reale che romanzata, ogni genere di peripezia, un giallo da risolvere, una lette’a che alcuni si ‘ifiutano di p’onuncia’e, pensate un po’! E poi c’è Madama Ghigliottina, il fluido magnetico, il pane dell’ugualianza.
Se cercate qualcosa di incredibile, beh, questo è il libro che fa per voi. Non è una lettura leggera (nel senso che il libro pesa quasi un chilo), ma se siete lettori da libri storici, non potete non leggerlo.
Assolutamente un libro da non perdersi, pa’ola mia!


Mitsuko