Talking About: Books

Candido ovvero l’ottimismo, Voltaire

 

Sì, lo so. Ieri avevo detto che ieri sera avrei pubblicato una chiacchierata su un classico. Ma poi ho pensato “Hey, non posso pubblicare millemila cose in un giorno e poi far passare una settimana nel silenzio. Diluiamo la cosa”. Quindi eccoci qui.
Quest’estate, tra i libri da leggere per letteratura c’era un titolo che non sapevo bene come prendere. Si trattava del Candido di Voltaire “un racconto filosofico sul migliore dei mondi possibili”.
Io non sono una che giudica i libri dalla copertina (o in questo caso dal sottotitolo), ma non essendo proprio un genio in filosofia mi aspettava chissà qualche tomo filosofico degno di Platone, Aristotele e compagnia.
Ora, se qualcuno mi chiedesse di riassumere in una parola il Candido direi semplicemente: delizioso.
È un libro squisitamente delizioso, di quelli che leggi in una serata e ti lasciano con un senso di tranquilla allegria.
Voltaire usa la storia di Candido come pretesto per dimostrare la validità della sua concezione del mondo meccanicistica, rispetto alla teoria del finalismo diffusa precedentemente.
La storia, viene raccontata con grande umorismo e un ritmo incalzante, raccontandoti in tre righe avvenimenti che coprono archi temporali anche molto lunghi.
Partendo da Pangloss (il filosofo sapiente del racconto, mentore di Candido, a cui tramanda il suo ottimismo), che crede fermamente che quello in cui viviamo è “il migliore dei mondi possibili, e le cose non potrebbero andare meglio”, diamo il via ad una serie di peripezie esageratamente paradossali, iperboliche, con le quali Voltaire punta a smentire il finalismo, e alla domanda di Candido “Ma per quale motivo il mondo è stato fatto così?” Martin, il filosofo pessimista che forse più incarna la concezione di Voltaire risponde “Per farci ammattire”.
Le avventure di Candido, l’amante Cunégonde, Pangloss e tutta la loro compagnia, vengono usate quindi per far chiedere al lettore: il mondo è buono o cattivo? Ciò che ci capita è causato dalla provvidenza, o dalla (s)fortuna?
Tutto il libro, inoltre, è costellato da riferimenti a persone conosciute dall’autore, verso le quali rivolge una pungente satira. Si tratta soprattutto di teologhi, gesuiti, ma anche letterati e filosofi.
Bisogna ricordare che di lì a pochi anni (il Candido è del 1759) tutto quello in cui si credeva, tutti i dogmi su cui era basata la Francia sarebbero venuti a mancare con lo scoppio della rivoluzione del 1789, che avrebbe segnato i “trent’anni più importanti d’Europa”. Dopo i lunghi anni dell’assolutismo, con la Rivoluzione Francese c’era stata la spaccatura con la Chiesa, la nobiltà aveva perso molti poteri a favore della borghesia emergente, e non mi sorprendo che Voltaire, attratto dalla società libertina e  che era sempre stato di indole molto particolare (fu cacciato da molte città, finì nella Bastiglia due volte e ebbe scontri molto accesi con personalità importanti all’epoca), abbia deciso di scrivere un opera di una satira simile “sfatando” tutto quello in cui si era creduto prima, senza però appesantirlo, anzi donandogli un’esilarante vivacità.
Quell’uomo deve aver avuto un cervello bellissimo.
Non sono affatto pentita di aver letto quel libro, solo di non averlo fatto prima.


Mitsuko